Un gioiello barocco celato – la chiesa di San Ferdinando

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A lato di Piazza del Luogo Pio sorge la chiesa di San Ferdinando, detta anche “San Ferdinando alla Crocetta”, o semplicemente “Crocetta”, in riferimento alla croce rossa e azzurra simbolo dell’Ordine della Santissima Trinità, a cui si deve la costruzione dell’edificio. Il sobrio esterno, incompiuto, racchiude come uno scrigno l’interno riccamente decorato che fa di San Ferdinando il più notevole esempio di architettura barocca a Livorno e uno dei principali della Toscana.

Cenni storici

Nel 1665 i Padri Trinitari stabilirono la propria sede livornese nella Venezia Nuova, ampliandola già due anni dopo con l’acquisto di alcuni magazzini poi convertiti a oratorio e convento. Già nel 1670 gli ambienti della Venezia risultarono però insufficienti per l’intensa attività dell’Ordine, il quale ottenne dunque da Ferdinando, figlio del granduca Cosimo III, l’autorizzazione alla costruzione di una nuova chiesa adiacente al convento.

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San Ferdinando, Giovanni Baratta, 1721-23

I lavori furono avviati nel 1707 sotto la direzione e il progetto dello scultore e architetto fiorentino Giovan Battista Foggini (1652-1725), attivo a Livorno almeno fra il 1688 e il 1713 (fra i suoi interventi ricordiamo la chiesa dei Greci Uniti, quella degli Armeni, tre palazzi in Piazza del Duomo -distrutti- e i quartieri dei soldati a Porta San Marco.

 

Una volta poste le fondamenta nel 1709, fu deciso di dedicare la chiesa a San Ferdinandoproprio in omaggio al nome del principe che ne aveva promosso l’ideazione. Alla sua morte, nel 1713, vennero meno i suoi contributi, per cui il convento e, soprattutto, alcune ricche famiglie di fedeli si accollarono le spese per finanziare la realizzazione dell’edificio, il quale fu portato a termine nel 1716 sotto la direzione di Giovanni del Fantasia e aperto al culto l’anno successivo.

Aspetto e struttura

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La pianta della chiesa è a croce latina a navata unica con volta a botte. Esternamente, la facciata rimasta incompiuta prevedeva in origine un rivestimento in marmo. Un tiburio ottagonale nasconde la cupola posta all’incrocio fra navata e transetto.

All’interno le pareti della navata sono scandite da alti pilastri di ordine composito che incorniciano gli accessi delle cappelle che si aprono su entrambi i suoi lati. Fra i pilastri sono poste delle nicchie che ospitano sculture marmoree di santi-re: Sant’Enrico II di Germania, San Ludovico (Luigi IX) re di Francia, Sant’Edoardo III d’Inghilterra (detto il Confessore), San Ferdinando re di Castiglia. Queste ultime due sculture, in particolare, sono state realizzate tra il 1721 e il 1723 da Giovanni Baratta (1670-1747), scultore carrarese a cui si deve la quasi totalità degli ornamenti in marmo e stucco all’interno della chiesa, la cui omogeneità decorativa è infatti apprezzabile già a un primo colpo d’occhio. Egli è responsabile anche della progettazione della decorazione del pavimento in corrispondenza dell’incrocio dei bracci del transetto, composta di un modulo circolare al cui centro è posta la lastra tombale del padre trinitario Luciano Giuntini, sulla quale è raffigurato uno scheletro alato che regge un cartiglio; intorno a essa sono due emicicli concentrici scanditi da lastre tombali in marmi policromi appartenenti a diverse famiglie livornesi e a gli stessi Padri Trinitari.

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Particolare della volta a botte

Altare maggiore

Si tratta di una vistosa macchina barocca in marmi bianchi e policromi realizzata da Giovanni Baratta e bottega tra il 1711 e il 1717.

Nella parte bassa dell’altare la mensa è affiancata lateralmente da due alte basi che sostengono colonne corinzie; su tali basi si distingue lo stemma di Francesco Terriesi (1635-1715), provveditore della dogana di Livorno dal 1695 e principale finanziatore dei lavori per la chiesa dopo la morte del principe Ferdinando. Fu proprio Terriesi a commissionare gli arredi interni al Baratta, probabilmente da lui conosciuto a Firenze, e alla sua morte le sue spoglie furono ospitate al disotto dell’altare, come ricorda la lastra tombale visibile sul pavimento davanti a esso.

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Particolare dell’Angelo che libera due schiavi, Giovanni Baratta, 1711-17

Il paliotto è arretrato rispetto alla mensa ed è decorato con una Gloria della Croce circondata da nubi, con riferimento alla croce rossa e azzurra simbolo dei Padri Trinitari. In realtà questa croce costituisce un’integrazione posteriore probabilmente risalente al 1876, quando il complesso scultoreo subì un intervento di restauro che interessò anche integrazioni delle dita dell’angelo e dello schiavo bianco e il rifacimento di parti della catena del gruppo marmoreo centrale. Per questo motivo si ipotizza che originariamente al centro del paliotto non fosse presente alcuna rappresentazione della croce e che quindi le nubi coi raggi di luce alludessero in realtà a Dio Padre. Al disopra delle due colonne poggia la trabeazione che sostiene il gruppo scultoreo superiore in stucco e metallo dorato raffigurante la Gloria dello Spirito Santo, con la colomba dello Spirito Santo, nubi, cherubini e angeli che reggono cartigli col versetto “gloria tibi Trinitas”. Considerando questo e la suddetta rappresentazione originaria del Dio Padre sul paliotto, unitamente al fatto che nel tabernacolo si conservano le specie eucaristiche (simbolo del Figlio), si può dunque affermare che tutto ciò costituisce la rappresentazione della Trinità.

Incorniciato da questo monumentale complesso è il gruppo scultoreo principale. Esso raffigura San Giovanni de Matha, fondatore dell’ordine dei Padri Trinitari, durante la visione dell’Angelo che libera due schiavi, secondo la tradizione avuta in occasione della celebrazione della sua prima messa nel gennaio del 1194.

Danni e restauri

La chiesa fu duramente colpita dai bombardamenti alleati del 1943, ma riuscì miracolosamente a salvarsi; tuttavia, essa subì numerosi danni: il campanile fu raso al suolo (quello attuale è stato aggiunto negli anni Cinquanta), il tamburo e la cupola subirono un crollo e il pavimento e parte del lato ovest furono gravemente danneggiati.

Fra il 1993 e il 1994 sono stati compiuti alcuni interventi di consolidamento strutturale nella parte centrale del presbiterio, al disotto dell’altare maggiore.

DSCF7841Più recentemente, dal 2008, si sono svolti ulteriori restauri che hanno interessato inizialmente soprattutto il pavimento marmoreo e gli stucchi del catino absidale; gli interventi sono durati fino al 2015 e hanno coinvolto anche la copertura della cupola, alcuni dipinti, i marmi delle cappelle laterali. Proprio durante questi ultimi restauri si è resa necessaria l’apertura di alcune delle camere sepolcrali che si trovano al disotto della pavimentazione della navata per poter valutare la stabilità delle fondamenta. In questa sede sono stati rinvenuti molti resti ossei, anche se in gran numero in cattivo stato di conservazione, in parte poiché alla fine della seconda guerra mondiale queste strutture tombali sono state utilizzate come discarica per le macerie. Nonostante ciò, lo studio antropologico dei reperti ha consentito di ricavare importanti informazioni su un campione umano livornese della seconda metà del Settecento, ad esempio riguardo alle patologie da cui erano affetti i vari individui: cui traumi, fratture, casi di osteoporosi nelle donne adulte, ma soprattutto danni di natura articolare e dentaria (cattiva igiene orale, poca cura nella preparazione del cibo, uso della dentatura in attività extralimentari). Inoltre, insieme ai reperti osteologici, sono stati recuperati numerosi oggetti (per la maggior parte metallici) appartenuti ai defunti, in particolare Cristi, medagliette votive e grani di rosario.

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Per approfondire

D’ANIELLO Antonia, Livorno, la Val di Cornia e l’Arcipelago. La storia, l’architettura, l’arte della città e del territorio. Itinerari nel patrimonio storico-religioso, Milano, Mondadori, 1999.
FREDDOLINI Francesco, Giovanni Baratta 1670-1747. Scultura e industria del marmo tra la Toscana e le corti d’Europa, Roma, L’Erma di Bretschneider, 2013.
FREDDOLINI Francesco, Giovanni Baratta e lo studio al Baluardo. Scultura, mercato del marmo e ascesa sociale tra Sei e Settecento, Pisa, Edizioni Plus, 2010.
MARCHI Vittorio, Guida storica ed artistica di Livorno e dintorni in 17 itinerari, Livorno, Ente Provinciale per il Turismo, 1981.
MONACI Lucia (introduzione e catalogo), Disegni di Giovan Battista Foggini, 1652-1725, Firenze, Olschki, 1977.
PUCCI Flavio (… et al.), La chiesa di San Ferdinando. Scavi e restauri, Livorno, Edizioni Erasmo, 2011.
SPINELLI Riccardo, Giovan Battista Foggini, architetto primario della Casa Serenissima dei Medici (1652-1725), Firenze, Edifir, 2003.
VILLANI Stefano, Note su Francesco Terriesi (1635-1715). Mercante, diplomatico e funzionario mediceo tra Londra e Livorno, in “Nuovi studi livornesi” vol. X, 2002-2003.

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