Quando abbiamo parlato della riapertura della Biblioteca dei Bottini dell’Olio, con la prospettiva della futura inaugurazione di un polo culturale che comprenda anche un museo di arte contemporanea, abbiamo citato il Museo Progressivo di Arte Contemporanea che un tempo aveva sede presso Villa Maria. Scopriamo insieme di cosa si trattava.
Per trovare le origini del Museo Progressivo dobbiamo risalire fino agli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale, quando il Comune cercò di ricomporre le proprie collezioni – notevolmente provate dal conflitto – in vista della nuova inaugurazione del Museo Civico. In questo periodo fu soprattutto grazie alla generosità di alcuni cittadini, entusiasmati dalla partecipazione alla rinascita della vita artistica livornese, che nuove opere entrarono a far parte delle collezioni civiche tramite ricche donazioni, sanando in parte le lacune dovute alle perdite subite in guerra (fu così, ad esempio, che il Comune entrò in possesso di diverse opere di Nomellini e di Guglielmo Micheli, donate dagli eredi degli stessi).
Tuttavia, anche l’Amministrazione ben presto s’impegnò attivamente nell’arricchimento delle collezioni tramite alcuni acquisti: si trattava in realtà di una selezione ancora principalmente orientata verso i lavori dei pittori contemporanei locali, i quali spesso facevano parte di quel filone imitativo dei Macchiaioli così tanto diffuso in città da adombrare i pochi artisti non figurativi livornesi. Nonostante ciò, in molti casi il livello qualitativo delle opere acquistate era notevole, grazie soprattutto a tutte quelle opere giunte nelle collezioni civiche a partire dagli anni Cinquanta tramite le mostre a concorso, la più importante delle quali fu senza dubbio il Premio Nazionale di Pittura “Amedeo Modigliani – città di Livorno”, tenuto in otto edizioni tra il 1955 e il 1967: grazie ad esso (il cui nuovo Statuto negli anni Sessanta prevedeva esplicitamente che i premi avrebbero costituito degli acquisti atti a formare una raccolta civica) ci fu una più decisa apertura in città anche all’astrattismo e all’informale.
Grazie a questa iniziativa confluirono nelle collezioni civiche così tante opere (di autori livornesi, ma non solo) che presto la sede del Museo di Villa Fabbricotti divenne insufficiente a contenerle: è anche in relazione a questo che venne elaborato il progetto di dividere il nucleo di arte contemporanea da quello delle opere più antiche, legato ai Macchiaioli. Nel frattempo, nel 1960, fu donata Villa Maria al Comune di Livorno da Pier Luigi Lazzara; essa avrebbe dovuto accogliere un’istituzione culturale (museo, biblioteca o simile), mentre il parco sarebbe stato destinato ad uso pubblico. Fu dunque questa ad essere scelta come sede del Museo Progressivo, inaugurato nel novembre 1974 con una Biennale d’arte che vide partecipare artisti affermati a livello europeo (fra gli altri, Eduardo Arroyo, Alberto Burri, Emilio Isgrò, Emilio Vedova): ogni artista espose due opere, una delle quali sarebbe stata acquistata dal Museo.
Nelle intenzioni dell’Amministrazione dell’epoca, questo nuovo museo avrebbe dovuto provocare una rottura nei confronti della situazione artistica precedente a Livorno, allo stesso tempo stabilendo anche un rapporto forte con la comunità del territorio; esso, infatti, avrebbe dovuto anche ospitare una cineteca e promuovere attività culturali e didattiche, quali conferenze, incontri e mostre monografiche. La politica delle acquisizioni di opere da un lato si basava sulla scelta di artisti degli ultimi trenta anni che documentassero tutte le varie tendenze in essere, dall’altro optava per giovani di fama nazionale e internazionale, dunque superando nettamente i confini cittadini. Questa costante ricerca del nuovo, del recente, è sottolineata anche dall’uso dello stesso termine “progressivo“: nelle intenzioni, la collezione avrebbe dovuto proporsi sotto forma di rotazione temporanea del posseduto (ma di fatto non fu possibile), come una sorta di incessante progressione dell’arte.
Nonostante il successo e le intenzioni iniziali, purtroppo negli anni che seguirono il Museo Progressivo vide calare sempre più la sua importanza come polo cittadino votato all’arte contemporanea: ad assumere sempre più questo ruolo a scapito del Museo stesso fu in particolare la Casa della Cultura, che già nella prima breve, ma fiorente, stagione del Museo Progressivo aveva accolto alcuni eventi collaterali alle sue iniziative. A causa dei costi giudicati troppo elevati, non fu mai realizzata una seconda Biennale a successione della prima avvenuta per l’inaugurazione del Museo, facendo venire meno un canale per le acquisizioni; a questo punto, a cavallo fra gli anni Settanta e gli Ottanta, le raccolte furono dunque ampliate soprattutto grazie a donazioni di opere esposte durante delle mostre.
Il Museo, dunque, privato della sua centralità nel panorama contemporaneo, versava ormai in condizione di semi abbandono e fu proprio in questi anni che arrivò il colpo di grazia: lo scandalo delle teste di Modigliani del 1984. L’incapacità da parte di alcuni operatori culturali cittadini di condurre appropriate ricerche per smascherare la nota beffa fu il pretesto che adottò l’Amministrazione dell’epoca per evitare di investire ulteriori risorse nel Museo Progressivo. Fu elaborato un progetto per cui il Museo di Villa Maria sarebbe stato convertito in centro di documentazione visiva sulle attività artistiche livornesi: alla Casa della Cultura sarebbero state spostate tutte le attività di mostre temporanee, mentre le raccolte permanenti sarebbero state spostate nei depositi dei Bottini dell’Olio, pensati, almeno nelle prime intenzioni, come “deposito consultabile” volto ad un programma di conservazione delle opere, di loro catalogazione, riordino sistematico ed eventualmente restauro, finalizzato alla loro adeguata musealizzazione; intenzioni rimaste in parte disattese, almeno fino a oggi. Nel 1989 il Museo Progressivo fu ufficialmente chiuso e l’anno successivo le sue collezioni furono spostate nei depositi dei Bottini dell’Olio.
Alcune opere provenienti dal Museo Progressivo sono esposte da alcuni anni presso Museo Fattori, in particolare nella Sala Rossa, dove fa da protagonista il Grande Rettile di Pino Pascali. Non ci resta che attendere di vedere realizzato il nuovo museo di arte contemporanea dei Bottini dell’Olio per tornare finalmente a fruire pienamente di questa ricca sezione delle collezioni civiche e rivivere la breve ma significativa esperienza del Museo Progressivo.
Per approfondire
AMADEI Irene, CARPITA Veronica, PATTI Mattia, Patrimonio artistico e identità cittadina. Storia del Museo Civico “Giovanni Fattori” di Livorno, Livorno, Debatte, 2008.
Il grande rettile e gli altri: opere dalle Collezioni civiche d’Arte contemporanea, catalogo della mostra (Livorno, Museo Civico G. Fattori, 30 luglio – 19 settembre 1999), Livorno, Debatte, 1999.