Sede del Museo Civico Giovanni Fattori dal 1994, Villa Mimbelli è una delle ville cittadine livornesi più note risalenti alla seconda metà dell’Ottocento. Proprio in questo periodo nella nostra città si stava diffondendo una nuova tipologia di villa che coniugava caratteristiche della residenza suburbana con quelle del palazzo di città. Generalmente, si trattava di edifici che si sovrapponevano a costruzioni precedenti e che si collocavano all’interno di vaste proprietà terriere; dal punto di vista architettonico, esse si caratterizzavano per una tendenza alla monumentalità e alla suggestione di stili diversi (eclettismo). È in questo contesto che si inserisce non solo la costruzione di Villa Mimbelli, ma anche quella di Villa Fabbricotti, entrambe opera dell’architetto Vincenzo Micheli (1833-1905).
L’origine del complesso

La Villa sorge presso quello che un tempo era il ponte che attraversava il fosso dei Lazzeretti (da cui prende il nome la vicina Via del Ponte): il canale fu interrato a seguito dell’allargamento della cinta daziaria nel 1835 e oggi ne vediamo ancora traccia nel dislivello che interessa proprio l’ultimo tratto di Via San Jacopo in Acquaviva, a lato del parco della Villa. Il ponte a cui abbiamo accennato era noto popolarmente come il “ponte dei Terreni” per la sua vicinanza alla piccola villa dei tre fratelli Terreni (Giuseppe, Antonio e Jacopo), pittori, i quali arricchirono la loro stessa dimora con diverse opere (dipinti e affreschi).


Nel 1854 alcuni membri della famiglia Mimbelli, attiva nel commercio del grano, si trasferirono a Livorno da Orebić, nell’attuale Croazia. Giunti nella città, essi acquistarono la villa dei Terreni, che nel 1865 fu fatta demolire per costruirvi al suo posto, su progetto del Micheli, un edificio più imponente, simbolo della potenza economica della famiglia, nello stesso spirito con cui stavano sorgendo in tutta Livorno altre ville borghesi.
In occasione, poi, del matrimonio tra Francesco Mimbelli ed Enrichetta Rodocanacchi nel 1871, lo sposo acquistò i terreni che avrebbero in seguito costituito l’ampio parco della Villa per farne dono alla moglie.
È ancora a Francesco che si deve la costruzione vicino al lato destro della Villa, lungo la strada, dei granai, magazzini in cui il grano da lui commerciato era conservato e mostrato ai clienti; questi ambienti saranno in seguito sfruttati per accogliere le scuderie e poi come autorimessa. Coeve all’edificio principale sono anche la casa del guardiano e la limonaia (oggi adibita a ludoteca), esempio di serra ottocentesca.

L’architettura
La Villa, a pianta rettangolare, quasi quadrata, si sviluppa su tre piani. L’esterno, con la superficie delle pareti del piano terreno ricoperta da un falso bugnato, presenta una soluzione originale per ognuno dei quattro lati, ma mantenendo in ogni caso la caratteristica scansione spaziale data dall’alternanza di aperture e pilastri di ordine corinzio. Solo nel caso della facciata rivolta verso il lato della strada, questa regola è in parte contraddetta, al piano terreno, dalla presenza di una gradinata e di sei pesanti colonne sormontate da un lungo balcone.

Particolarità dell’edificio è che non esisteva un vero e proprio ingresso principale, ma tre diversi, utilizzati dai proprietari per accogliere gli ospiti a seconda delle esigenze: dal lato ovest, rivolto verso la strada, si accedeva direttamente alla sala da pranzo, da quello sud alle sale d’intrattenimento del piano terra (sala da biliardo, sala da fumo), mentre l’ingresso dal lato est, quello oggi usato come ingresso del Museo, è munito di tettoia in ghisa e rampa per le carrozze e, consentendo un rapido accesso allo scalone principale, permetteva ai visitatori di arrivare subito al primo piano, dove si trovava il salone delle feste. Dal secondo piano, inoltre, era possibile accedere tramite una scala interna alla panoramica torretta del belvedere.
L’interno era suddiviso in stanze da letto e di servizio al secondo piano e stanze di rappresentanza ai due piani inferiori. Qui, la decorazione è caratterizzata dallo sfarzo e da un certo eclettismo, come si può ancora notare, ad esempio, nella saletta da fumo del piano terreno, in stile moresco, e nell’attigua sala da pranzo, in cui le pareti sono rivestite da intarsi nella parte inferiore e da stoffe nella superiore. In quest’ultima notiamo come parte delle pareti della sala sia ancora ricoperta dalle stoffe originali che presentano una decorazione con frutta, cacciagione, paesaggi, mentre alcune zone presentano oggi una copertura in stoffa gialla: qui, come in altre sale della Villa, al momento del restauro precedente l’apertura del Museo, furono sostituite le decorazioni originali degradate con rivestimenti in materiale ignifugo che comunque nei colori rispettassero, almeno in parte, lo stile dell’ambiente in cui s’inserivano.

Al piano superiore notiamo particolarmente la Sala degli specchi, imitazione in piccolo delle sale da ricevimento delle grandi regge europee. Si trattava del secondo ambiente da ricevimento, insieme alla Sala Rossa al piano terra: entrambe sono arricchite dalla presenza degli affreschi di Annibale Gatti (1828-1909), che ebbe l’incarico forse su suggerimento dello stesso Micheli. Nella Sala Rossa possiamo ammirare quattro allegorie del Progresso e della Mercatura poste sulle lunette agli angoli della sala. Si tratta di un evidente riferimento alla professione del padrone di casa, ulteriormente omaggiato dalla costante presenza nella stanza del suo monogramma (ad esempio, ai quattro angoli del pavimento), fatto che non stupisce se si considera che è proprio qui che Francesco Mimbelli era solito avere incontri d’affari. Tornando alla Sala degli specchi, notiamo un piccolo ambiente adiacente alla sala da ballo vera e propria: si tratta di un salottino, usato un tempo come sala da fumo, che comunica con la sala da ballo per mezzo di due porte; da notare la particolarità per cui, sulla parete che divide le due aree in questione, la parte centrale, che dovrebbe ospitare un grande specchio come nelle altre tre pareti della sala da ballo, sia in realtà occupata da un’apertura, in maniera tale che le due zone non rimangano nettamente separate, ma siano percepite in qualche modo come parte di un unico ambiente. Proprio sul soffitto di questo salottino si trova l’affresco Ferdinando II presenta Pietro Tacca a Vittoria della Rovere (1874-5), più noto semplicemente come L’inaugurazione del monumento dei Quattro Mori. La scelta del soggetto, di celebrazione della storia di Livorno, sembra in realtà rivolta ad arricchire indirettamente il prestigio del committente: attraverso la rappresentazione di questo episodio egli si erge a protettore delle arti e sostenitore della storia della propria città.

Se da un lato l’imponente monumentalità dell’esterno della Villa poteva far intuire a quanti si trovassero nei paraggi il potere che aveva la famiglia che l’abitava nella società livornese, dall’altro lo stesso messaggio arrivava, ancora più chiaro, a quanti avessero avuto l’opportunità di accedere all’interno dell’edificio e di ammirarne i fasti.
Le vicende successive

L’ultimo erede della famiglia Mimbelli fu l’ufficiale di Marina Francesco Maria Mimbelli, nipote di Francesco. Egli, prima del proprio trasferimento a Venezia, cedette nel 1935 la Villa e il parco all’Azienda Autonoma delle Poste e Telegrafi, la quale trasformò l’edificio in un collegio estivo per i figli dei dipendenti. È in questi anni che nei terreni del parco fu costruita una piccola cappella demolendo in parte la residenza del custode; essa, restaurata nel 2016, ospita oggi la Biblioteca d’Arte del Museo Fattori. Nello stesso periodo fu edificato anche un teatro all’aperto: una piccola struttura con palcoscenico coperto e arcoscenico in muratura che reca lesene, mascheroni e l’iscrizione latina RIDENTIBUS ARRIDENT HUMANI VULTUS, citazione da Orazio.

Durante il secondo conflitto mondiale la Villa fu occupata da truppe – prima tedesche e poi alleate – subendo danni gravissimi. Da questo punto in poi il complesso andò incontro a un progressivo degrado, frenato in parte solo negli anni Settanta del Novecento, quando il Comune decise di acquistarlo, adibendo gli ambienti dei granai prima a scuola e poi a uffici. In questo periodo il teatro, utilizzato per proiezioni cinematografiche e per rappresentazioni teatrali estive, subì alcuni interventi, fra cui la costruzione di un nuovo palcoscenico davanti alla struttura (rendendo il palcoscenico originario di fatto un retropalco) e la creazione di una platea in cemento con poltroncine in metallo (il tutto oggi rimosso). Negli anni Ottanta il Comune optò anche per il recupero del parco, ormai divenuto quasi del tutto impraticabile: nel 1984 esso fu aperto al pubblico e tutt’oggi rimane accessibile a chiunque indipendentemente dagli orari del Museo. Il definitivo recupero dell’edificio principale, tuttavia, fu attuato solo negli anni Novanta, quando esso fu ristrutturato in vista dell’allestimento del Museo Civico al suo interno. Nel 2004 furono restaurati anche i granai, oggi sede di mostre temporanee. Negli ultimi anni, le varie strutture del complesso hanno subito nuovi interventi di restauro: oltre alla già citata biblioteca, ricordiamo quello che ha interessato il teatro (2015) e il più recente, volto al risanamento delle facciate della Villa (2018).
Per approfondire
CIORLI Riccardo, Livorno. Storia di ville e palazzi, Ospedaletto (Pisa), Pacini Editore, 1994.
COMUNE DI LIVORNO, Fattori nelle collezioni del Museo Civico, Ospedaletto (Pisa), Pacini Editore, 2005.
GARBERO ZORZI Elvira e ZANGHERI Luigi, a cura di, I teatri storici della Toscana. Censimento documentario e architettonico, Firenze, Giunta Regionale Toscana, 1999-2000.
MARCHI Vittorio, Guida storica ed artistica di Livorno e dintorni in 17 itinerari, Livorno, Ente Provinciale per il turismo, 1981.
MATTEONI Dario, Livorno, la costruzione di un’immagine: i palazzi di città, Livorno, Cassa di Risparmi di Livorno, 1999.
MONTI Raffaele, a cura di, Museo Civico Giovanni Fattori, Villa Mimbelli, Livorno, Comune di Livorno, 1994.
POZZANA Mariachiara, a cura di, Livorno, la costruzione di un’immagine: paesaggi e giardini, Livorno, Cassa di Risparmi di Livorno, 2002.
