Su e giù per Livorno, TAPPA 6. In Via de Larderel e in Via degli Acquedotti

Da Piazza Carlo Alberto, chi guarda la statua di Ferdinando III di Lorena, volga a sinistra, ed entri nella Via de Larderel, una delle più lunghe e belle strade livornesi, così chiamata dai conti de Larderel (…).

Continuiamo a visitare i dintorni di Piazza della Repubblica. È questo il turno di Via de Larderel, per passare poi all’allora Via degli Acquedotti, ossia il tratto dell’attuale Viale Carducci che va dal Cisternone all’incrocio con Viale Ippolito Nievo e Viale Alfieri (tratto che portò anche il nome di “Via dei Condotti nuovi”).

La strada dove ci troviamo porta questo nome dal 1857, in onore della famiglia Larderel, la quale si stabilì qui da Vienne, in Francia, nel 1799 e fu poi nobilitata (e aggiunse quindi il “de” gentilizio nel proprio nome) nel 1838, grazie a Francesco (1789-1858) che ottenne il titolo di conte. Il vasto patrimonio di quest’ultimo si fondò soprattutto sul suo potenziamento dell’estrazione di borace dai soffioni a Larderello (Montecerboli): tale fu la sua opera che la stessa Inghilterra cominciò a importare il borace estratto a Larderello e raffinato a Livorno, piuttosto che continuare a servirsi di quello giapponese o tibetano raffinato nei Paesi Bassi. Proprio la fortuna imprenditoriale di Francesco de Larderel gli permise non solo di avviare la raccolta di opere d’arte, ma soprattutto di sovvenzionare opere architettoniche e di ornato a livello locale (anche nell’ottica di una ricaduta occupazionale sulla popolazione del territorio, a Livorno e in altre parti della Toscana).

I frutti di questo binomio arte-industria a Livorno si  concretizzarono in particolare nella costruzione dell’imponente Palazzo de Larderel, che domina l’omonima strada con la sua ampia facciata in stile neoclassico, “sormontata da un frontone in cui il Magi scolpì, contornandone lo stemma gentilizio dei Larderel, strumenti di agricoltura, di meccanica e di commercio”; proprio questo frontone, fuori scala, sembra pensato in riferimento alla vicina semicupola del Cisternone, anche se in questo caso la prossimità degli edifici di fronte limitano la corretta percezione prospettica della facciata, di fatto sacrificandola. L’origine del Palazzo risale agli anni tra il 1830 e il 1843, quando Francesco acquistò una serie di appezzamenti in questa zona (diventando così proprietario della maggior parte dell’isolato): il primo nucleo consisteva in una palazzina disegnata da Riccardo Caloccheri ai cui lati successivamente furono aggiunti, per mano di Gaetano Gherardi, altri due piccoli edifici, adibiti rispettivamente a raffineria di borace e ambienti di servizio; al 19 agosto 1841 risale la festa da ballo in occasione dell’inaugurazione del complesso.

Particolare del gabinetto gotico di Palazzo de Larderel.

L’aspetto attuale, tuttavia, è dovuto a Ferdinando Magagnini (1801-1874), il quale, succeduto al Gherardi nel 1850 per la sovrintendenza dei lavori della residenza de Larderel, unificò i tre edifici nella maestosa facciata che vediamo oggi. La sontuosità della facciata esterna rispecchiava anche gli ambienti interni, riccamente ornati (si ricorda in particolare il gabinetto gotico ad opera dello stesso Magagnini) che ospitavano i manufatti di pregio e le opere d’arte facenti parte della collezione “messa insieme con intelligente signorile amore dai munifici signori de’ Larderel”. Acquistato dall’Amministrazione locale nel 1990, dopo una serie di interventi di restauro e ristrutturazione, il Palazzo è oggi adibito a sede del Tribunale Civile cittadino: data la delicata funzione assunta dall’edificio, l’accesso al suo interno è purtroppo strettamente riservato a coloro che devono servirsi del Tribunale; nonostante ciò, in alcuni periodi dell’anno sono organizzate visite guidate all’interno del Palazzo.

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Particolari dell’apparato decorativo degli interni. Fonte: FRATTARELLI FISCHER, LAZZARINI (1992).

Prima di proseguire col nostro itinerario, volgiamo le spalle a Palazzo de Larderel e concentriamoci sulla facciata di un edificio di fronte ad esso, quello all’attuale civico n. 91 (n. 15 all’epoca della nostra guida): scorgiamo una targa che fu posta dall’Associazione Nazionale Progressista per “rammentare che nel moto di popolo del 30 giugno 1857, in quella casa furono fucilati alcuni insorti, che lì avevano cercato rifugio” (si trattava di un gruppo di mazziniani insorti contro gli Austriaci e i Lorena).

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Riavviciniamoci verso Piazza del Cisternone: prima di oltrepassarla, il nostro autore pone brevemente l’attenzione su alcuni luoghi di rilievo che si trovano sulla sinistra, avendo imboccato l’attuale Via Galilei (un tempo parte dell’antica Via di Riseccoli, dal nome del rio che vi scorreva e che fu coperto nel 1837):

il vecchio Cimitero dei Greci scismatici (che essi eressero quando si separarono dalla Chiesa unita) in cui fu seppellito fino al 1839, e che ha una graziosa cappella ornata di tavole bizantine, il Ricovero di Mendicità, e l’Asilo Grabau.

La zona cimiteriale non è più esistente, ma doveva trovarsi all’angolo con la piazza, più o meno dove adesso sorge il moderno edificio ad uso abitativo (ex “Palazzo di vetro”). Il Ricovero di Mendicità, invece, corrisponde all’attuale complesso della Gherardesca (fino a qualche decennio fa adibito anche a casa di riposo), mentre, proseguendo lungo la strada, il piccolo edificio a fianco (al civico n. 62) è quello che ospitava l’Asilo Grabau, dal nome del suo principale benefattore (inaugurato nel 1865, poco dopo l’apertura del ricovero). 

L’edificio che ospitava l’Asilo Grabau.

Torniamo all’itinerario della nostra guida. Proseguendo lungo la Via degli Acquedotti – o “Viale de’ Condotti” – sono brevemente passati in rassegna i luoghi d’interesse, fino ad arrivare alla Barriera Vittorio Emanuele, non più esistente: essa si trovava fino al 1912 nel punto dove oggi Viale Carducci si interseca con Viale Ippolito Nievo e Viale Alfieri, tratto dove un tempo passavano le mura leopoldine. Per primo, sulla destra, incontriamo il

Giardino Pubblico o, come lo chiama il popolo, il Parterre, (…) ritrovo gradito di bambini, e di cameriere, e di soldati… filanti il perfetto amore!

Esso è noto ancora oggi ai più col suo nome “popolare”, anche se formalmente si tratta dell’attuale “Parco Pertini”; esso fu aperto dall’Amministrazione nel 1854 e, oltre che da vasche, fontane e alcuni animali, era caratterizzato anche dalla presenza di un boschetto.

Proseguendo il cammino, il prossimo punto d’interesse si trovava all’attuale civico n. 57, dall’altra parte della strada rispetto al Parterre. Notiamo qui una targa che ci ricorda di un edificio non più esistente: l’Arena Alfieri. Si trattava di un teatro diurno e consisteva in una struttura scoperta in legno e muratura con pianta ad anfiteatro con tre ordini di logge coperte con palchetti, per una capienza totale, fra platea e palchi, di circa 4000 spettatori. Il teatro, denominato “Teatro Diurno degli Acquedotti” o “Arena degli Acquedotti“, fu inaugurato nell’agosto del 1841. Il 7 giugno 1857 la tragedia: mentre lo spettacolo in atto stava volgendo al termine, prese fuoco un festone a causa di alcuni fuochi artificiali usati per motivi di scena; da qui divampò un incendio che, alimentato dal vento, si propagò per tutto il palcoscenico e raggiunse anche alcune aree della platea, facendo numerosi morti e feriti tra gli spettatori.

Il dipinto conservato a Montenero che documenta la tragedia.

Una curiosità: presso il Santuario di Montenero è presente un ex voto di Egisto Brandini, il quale si era miracolosamente salvato dal disastro; si tratta di un dipinto di autore ignoto che documenta la sciagura, con il palco in fiamme e la folla di spettatori in preda al panico.

I proprietari della struttura in meno di un anno riuscirono poi a restaurare e ampliare il teatro, che fu riaperto poco dopo; con la speranza di offuscare il ricordo della strage, fu mutato il nome del teatro, dedicandolo al drammaturgo Vittorio Alfieri (1749-1803) in memoria della sua visita a Livorno nel 1766:

Il poeta del Saul stette circa dieci giorni nella città nostra, ch’egli lodò pel suo mare, e perché somiglia alquanto a Torino.

Per concludere, citiamo il Panificio e l’Ospedale militare, che corrispondevano all’area che vediamo ancora oggi a uso militare. Poco più avanti si giungeva dunque alla Barriera Vittorio Emanuele, al di là della quale era la Piazza d’Armi o Campo d’Osservazione, “quella vasta area dove si fanno le esercitazioni militari, e dove una volta si costruiva, nell’agosto, l’ippodromo per le corse dei cavalli”: tale area è quella corrispondente all’attuale Piazza Dante, ossia quella che pochi anni dopo avrebbe ospitato la nuova stazione ferroviaria (1910), l’odierna “Livorno Centrale”.

Per approfondire

BURCHI DavideUn “Modello degno di ammirazione” a Livorno: l’Asilo infantile “Carlo Grabau”, 1862-65, in “Nuovi Studi Livornesi”, vol. 12, 2005.
CIORLI Riccardo
Livorno. Storia di Ville e Palazzi, Ospedaletto, Pacini, 1994.
COMUNE DI LIVORNO
Palazzo de Larderel. Livorno, 12 dicembre 1992, Livorno, Comune di Livorno, 1992.
CRUCIANI-FABOZZI GiuseppeLa committenza De Larderel e l’opera di Ferdinando Magagnini, in “Bollettino ingegneri” n. 10, 1982.
DEL LUCCHESE Aldo
Stradario storico della Città e del Comune di Livorno, Livorno, Belforte, 1973.
FRATTARELLI FISCHER Lucia e LAZZARINI Maria Teresa, a cura di, Palazzo de Larderel a Livorno. La rappresentazione di un’ascesa sociale nella Toscana dell’Ottocento, Milano, Electa, 1992.
GARBERO ZORZI Elvira e ZANGHERI Luigi, a cura di, I teatri storici della Toscana. Censimento documentario e architettonico, Firenze, Giunta Regionale Toscana, 1999-2000.
MARCHI VittorioGuida storica ed artistica di Livorno e dintorni in 17 itinerari, Livorno, Ente Provinciale per il turismo, 1981.

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