Su e giù per Livorno, TAPPA 8. Il Caffè della Posta – Piazza Guerrazzi

Già abbiamo detto che, al principio di Via Vittorio Emanuele, sulla destra, al Palazzo della Posta e del Telegrafo, si addossa il Cisternino. Proprio di faccia all’ufficio della distribuzione delle lettere è il Caffè della Posta, il più antico e il più bel caffè livornese (…).

Dall’attuale Piazza della Repubblica ci addentriamo in Via Grande (l’allora Via Vittorio Emanuele) per incamminarci verso il cuore del centro storico. In questa tappa ci soffermeremo al principio della strada per concentrarci su due punti di interesse: il Caffè della Posta – non più esistente, ma forse ancora vivo nella memoria di alcuni cittadini, poiché attivo fino al 1960 – e la Piazza Guerrazzi, che all’epoca della nostra guida ospitava il Museo civico.

Il Caffè della Posta

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Il Teatro Lazzeri in un’immagine recente.

Fondato nel maggio del 1851 da Artemisio Zucconi, il locale prendeva il nome dalla sua prossimità al Palazzo delle Poste. Si trattava dell’ultimo della grande tradizione di caffè livornesi ritrovo di letterati: “come dice l’iscrizione, apposta nella sala maggiore l’8 di maggio scorso, a celebrare il cinquantennio”, fra gli illustri frequentatori del locale si annoveravano Francesco Domenico Guerrazzi, Angelica Palli, Tommaso Gherardi del Testa e Giosuè Carducci. Fino al 1920 il locale fu gestito dalla famiglia del suo fondatore per poi passare ai fratelli Lazzeri, che vi apportarono diverse modifiche. Notevole era il giardino del Caffè sul retro dell’edificio, affacciato su Piazza Guerrazzi; proprio in questo giardino i fratelli Lazzeri fecero costruire il Cinema Teatro Lazzeri (1923), ancora oggi esistente, ma utilizzato per attività commerciali (libreria, caffè).  

A destra, l’ingresso del giardino del Caffè in una cartolina d’epoca: dal confronto con un’immagine attuale (sinistra) vediamo che possiamo ancora distinguere tracce del vecchio complesso di edifici.  

Piazza Guerrazzi

L’intitolazione della Piazza all’intellettuale e politico Francesco Domenico Guerrazzi (1804-1873), fu deliberata dal Consiglio Comunale a seguito della morte dello stesso, per rendere omaggio al “più illustre dei Livornesi”. Fino al 1873 essa era nota come “del Picchetto“, dal nome del Palazzo settecentesco che chiude l’angolo nord-ovest della Piazza e che ospitava l’autorità militare; ma, come ci ricorda la nostra guida, in precedenza la Piazza era “già detta della Porta a Pisa, di S. Barbara e dello Spedale, perchè la V. A. della Misericordia vi aveva al n. 4., lo spedale delle donne”. Fra il Picchetto e il Cisternino possiamo ammirare il monumento a Guerrazzi, opera di Lorenzo Gori (1842-1923), inaugurato nel 1885. Sembra che da diverse parti la scultura fosse stata criticata, poiché, raffigurando il soggetto seduto, non veniva esaltato il dinamismo della sua personalità; tuttavia, pare che il Gori con questa posa avesse inteso celebrare in particolare il Guerrazzi scrittore, piuttosto che il politico. Ai lati del piedistallo si trovano due bassorilievi raffiguranti episodi di stampo patriottico: da un lato il Guerrazzi in prigione a Portoferraio intento a scrivere “gran parte dell’Assedio di Firenze“, dall’altro la sua partecipazione alla formazione del Governo provvisorio della Toscana (1849).

Attraversiamo ora Via Grande per ritrovarci dall’altro lato della Piazza: la nostra guida ci informa che qui nel 1896, per la precisione al secondo piano del civico n° 4

l’Amministrazione Comunale (…) dette incarico (…) di radunare le opere d’arte di proprietà del Comune, il Museo Archeologico e Numismatico, munifico dono dall’egregio comm. Enrico Chiellini, e le curiosità storiche della Città.

Siamo dunque invitati a entrare e il nostro volumetto si trasforma momentaneamente in una vera e propria guida del Museo stesso, accompagnandoci nella visita con l’elenco dettagliato delle opere esposte sala per sala.

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L’edificio (dietro la fontana) che ospitava le collezioni civiche, precedentemente sede dell’Ospedale delle donne. Fonte: AMADEI-CARPITA-PATTI 2008.

Il Museo civico esisteva già dal 1877, ospitato col suo primo nucleo di opere nella Sala Grande dell’ex Palazzo Reale (Palazzo Granducale); nel giro di due decenni, tuttavia, la crescita delle raccolte rese necessaria la ricerca di una nuova sede, optando poi per l’edificio in Piazza Guerrazzi. La nascita delle collezioni civiche labroniche ha la particolarità di partire “dal basso”: a metà dell’Ottocento, infatti, la mancanza di un museo d’arte era sentita dalla popolazione livornese come una lacuna grave per una città che non solo era aggiornata negli altri ambiti della cultura, ma che aveva anche bisogno di offrire attività di svago ai villeggianti. Ecco che, prima ancora di istituire ufficialmente un Museo, fu grazie all’iniziativa di alcuni cittadini – tramite sottoscrizioni – che il Comune cominciò ad accumulare quelle opere che saranno in seguito costitutive delle raccolte civiche.

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“Esuli di Siena” di Enrico Pollastrini. Fonte: AMADEI-CARPITA-PATTI 2008.

Fu proprio grazie alla prima di queste sottoscrizioni che il Comune acquistò nel 1856 la grande tela del livornese Enrico Pollastrini degli Esuli di Siena, opera di soggetto storico dal forte impatto patriottico rappresentante l’emigrazione dei cittadini senesi nell’aprile del 1555, dopo che la città fu occupata da Carlo V per consegnarla successivamente a Cosimo, duca di Toscana. Anche grazie al fermento risorgimentale, l’opera, molto apprezzata, venne subito considerata un po’ come il simbolo della collezione livornese.

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L’opera di Pollastrini esposta nel Museo in Piazza Guerrazzi. Fonte: AMADEI-CARPITA-PATTI 2008.

Tornando al nostro itinerario, se oggi osserviamo la Piazza, notiamo però che essa appare ben diversa rispetto all’epoca della nostra guida, ormai priva degli edifici storici che la caratterizzavano. Le devastazioni del secondo conflitto mondiale non risparmiarono questa zona, i cui edifici furono per la maggior parte rasi al suolo, sostituiti durante la ricostruzione da quelli che vediamo oggi.

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Il lato della Piazza dove sorgeva il Museo così come si presenta oggi.

Ma cosa avvenne alle collezioni civiche durante il conflitto? La maggior parte delle opere fu messa tempestivamente in salvo fuori città insieme a diversi monumenti grazie  all’intervento di Piero Sanpaolesi, direttore della Soprintendenza ai Monumenti e Gallerie per le Province di Pisa, Livorno, Lucca e Massa Carrara. È grazie a questo che ancora oggi possiamo riconoscere e ammirare nei musei civici livornesi diverse opere citate nell’elenco della nostra guida. Purtroppo però, nonostante gli sforzi, non fu possibile mettere in salvo l’intera collezione. Fra le gravissime perdite si annovera proprio la grande tela di Pollastrini, che per la sua ingente mole non fu possibile spostare con i mezzi che si avevano a disposizione e soprattutto con la dovuta celerità: andò incontro alla sua fine fra le macerie del palazzo.

Per approfondire

AMADEI Irene, CARPITA Veronica, PATTI Mattia, Patrimonio artistico e identità cittadina. Storia del Museo Civico “Giovanni Fattori” di Livorno, Livorno, Debatte, 2008.
CANESSA Ugo
I Caffè Storici di Livorno, Livorno, CAST, 2000.
DEL LUCCHESE Aldo
Stradario storico della Città e del Comune di Livorno, Livorno, Belforte, 1973.
MARCHI VittorioGuida storica ed artistica di Livorno e dintorni in 17 itinerari, Livorno, Ente Provinciale per il turismo, 1981.

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