Usciti dal Civico Museo (…) volgendo a sinistra ci troviamo in via Vittorio Emanuele.
Nel tratto di questa strada, fra Piazza Guerrazzi e Piazza Vittorio Emanuele, è notevole la Chiesa della Misericordia, la cui confraternita fu fondata nel 1595 (…).
La benemerita associazione ha reso, e rende sempre, importanti servigi alla cittadinanza (…).
Procediamo adesso di nuovo lungo l’odierna Via Grande, verso l’omonima piazza. La nostra guida ci fa soffermare poco oltre Piazza Guerrazzi per ammirare un notevole luogo d’interesse: la Chiesa della Misericordia, nota anche come Chiesa di Santa Barbara. Ci troviamo purtroppo nuovamente davanti al caso di un edificio non più esistente, poiché anch’esso perduto a seguito del secondo conflitto mondiale. Di fronte al punto dove si trovava, dall’altra parte della strada, possiamo leggere la lapide a ricordo della chiesa (foto in alto).
La Chiesa della Misericordia

La chiesa di Santa Barbara o della Misericordia fu costruita alla fine del Sedicesimo secolo sul luogo che si riteneva avesse ospitato l’antica pieve di Santa Giulia di Porto Pisano. La chiesa, primo duomo della città, passò nel 1780 all’Arciconfraternita della Misericordia, la quale circa un secolo dopo, nel 1871, dispose il rifacimento della facciata su disegno di Arturo Conti, come riportava una targa commemorativa posta all’interno dell’edificio. Proprio sulla facciata si trovavano due bassorilievi raffiguranti “la compagnia che seppellisce i defunti, e offre elemosine ai poveri”, come una sorta di sunto delle attività svolte dall’Arciconfraternita.
Al suo interno, la chiesa ospitava alcune opere di pregio. Oltrepassato l’ingresso, ad esempio, sulla destra era la cappella della Madonna della Fontanella, dal nome dell’opera ivi ospitata. Le opere più rilevanti erano però due dipinti del Passignano (1559-1638), in particolare quello dell’altare maggiore raffigurante la Vergine, S. Tobia e S. Francesco, insieme alla figura di una donna che abbraccia un bambino, che forse era il ritratto della moglie dello stesso Passignano.
Come abbiamo accennato, purtroppo la chiesa è andata perduta a seguito della seconda guerra mondiale. Sebbene, diversamente dagli edifici circostanti, essa fosse sopravvissuta alle devastazioni della guerra, la chiesa fu demolita negli anni immediatamente successivi per far posto al nuovo assetto urbanistico del centro cittadino così come lo vediamo oggi.
Lapidi a Pietro Cossa, a Felice Cavallotti, ad Alfredo Cappellini

Proseguendo il nostro cammino arriviamo all’attuale civico n. 65 di Via Grande, attualmente sede dell’Hotel Giappone. Anche all’epoca della nostra guida era qui ubicato lo stesso albergo: dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale esso trovò infatti sede nei nuovi edifici costruiti. Prima della guerra, però, erano presenti sulla facciata dell’albergo due delle tre lapidi citate dalla nostra guida, attualmente non presenti. La prima ricordava la morte del drammaturgo romano Pietro Cossa, avvenuta nell’edificio nel 1881 a causa di un’improvvisa malattia. La seconda, che “fu dettata da V. E. Marzocchini”, ricordava invece le frequenti visite di Felice Cavallotti, “accolto dall’affetto di vecchi compagni d’arme, di giovani animosi”.
Più avanti, in corrispondenza dell’attuale civico n. 115, si trovava la casa natale di Alfredo Cappellini, il valoroso ufficiale della Regia Marina che morì a seguito di uno scontro con gli austriaci nelle acque dell’isola di Lissa nel luglio del 1866. L’epigrafe che si trovava qui proprio dal 1866, dettata da F. D. Gerrazzi, era commemorativa della casa natale del Cappellini, ma ricordava anche le circostanze dell’eroica morte dell’ufficiale: a seguito dell’incendio scoppiato sulla corazzata Palestro, da lui comandata, Cappellini, con sangue freddo e nonostante le proposte di abbandonare la nave, ordinò di allontanarsi dallo scontro per tentare di domare le fiamme insieme all’equipaggio. Purtroppo gli sforzi (durati oltre due ore) furono vani e la nave esplose, causando la morte del comandante insieme a tutto l’equipaggio. A seguito di questo evento, si diffuse l’idea che si fosse trattato di un suicidio collettivo, mentre in realtà nelle azioni del Cappellini c’era la speranza effettiva di poter salvare la nave; tale lettura errata traspariva anche dall’epigrafe, che recitava:
sdegnoso sopravvivere alla mancata vittoria sé e gli annuenti compagni sprofondò nel mare.
Di queste tre lapidi si salvò dalla guerra solamente quella dedicata al Cavallotti, la quale fu preventivamente tolta dalla Fratellanza Artigiana per conservarla all’interno della propria sede. Una copia di quella commemorativa del Cappellini fu tuttavia posta sull’edificio di nuova costruzione sorto dove un tempo esisteva la casa natale dell’ufficiale; essa è visibile ancora oggi, sebbene la posizione – piuttosto in alto rispetto al piano stradale – non ne agevoli la fruizione.

Per approfondire
DEL LUCCHESE Aldo, Stradario storico della Città e del Comune di Livorno, Livorno, Belforte, 1973.
FERRERO Francesco, Le epigrafi scomparse, in “Rivista di Livorno”, anno 3 n. 1, gennaio-febbraio 1953.
FERRERO Francesco, L’Indipendenza e l’Unità d’Italia in cento epigrafi e monumenti livornesi, Livorno, Benvenuti e Cavaciocchi, 1960.
MARCHI Vittorio, Guida storica ed artistica di Livorno e dintorni in 17 itinerari, Livorno, Ente Provinciale per il turismo, 1981.
VOLPI Pietro, Guida del forestiere per la citta e contorni di Livorno, utile ancora al livornese che brama essere istruito dei particolari della sua patria, Livorno, Libreria della Speranza, 1846.
