Proprio in faccia alla Casa ove nacque l’eroe di Lissa, si apre la Via della Madonna (così chiamata dalla Chiesa dei frati Francescani dedicata alla Vergine) che giunge fino agli Scali S. Giovanni Nepomoceno – sul ponte è una non bella statua di questo Santo – e nella quale sono anche le chiese de’ Greci Armeni e de’ Greci Uniti o della S.S. Annunziata.
Voltiamo le spalle alla casa natale di Cappellini, o, meglio, all’edificio che oggi si trova al suo posto, per imboccare Via della Madonna. Questa strada è di particolare interesse, poiché ospita tre chiese di tre diverse confessioni: la Chiesa dei Greci Uniti o della SS. Annunziata, la Chiesa della Madonna e la Chiesa degli Armeni.
In via della Madonna

La prima chiesa che incontriamo è quella dei Greci Uniti o della SS. Annunziata, attualmente facente parte della Confraternita della Purificazione. Inaugurata nel 1606 e costruita su progetto di Alessandro Pieroni (1550-1607), anche questo edificio, come il resto della zona, fu duramente colpito a seguito dell’ultimo conflitto mondiale. La nostra guida non si sofferma più di tanto nella descrizione della chiesa, limitandosi a illustrarne la facciata e a segnalarne la notevole Iconostasi: noi faremo lo stesso, reindirizzando il lettore al nostro approfondimento specifico per avere informazioni più dettagliate su questo luogo di culto e sulla comunità che ne richiese la costruzione.
Procediamo dunque lungo la strada e giungiamo alla Chiesa della Madonna, ancora su progetto del Pieroni (ma ampliata rispetto alle intenzioni iniziali) e costruita, insieme all’attiguo convento francescano, fra il 1607 e il 1611.

La dedica alla Madonna deriva da un fatto avvenuto del 1606 e registrato dalle cronache del tempo: sembra che alcune galere dei cavalieri di Santo Stefano partite da Livorno catturarono delle navi corsare, liberando diversi cristiani e facendo molti prigionieri; proprio su una di queste navi fu trovata una scultura raffigurante la Madonna, ritenuta poi miracolosa per via del mutamento repentino del tempo a favore di una sicura navigazione, dopo giorni di burrasca. Una volta giunta a Livorno, la scultura fu custodita dalla Confraternita dei Santi Cosma e Damiano (cui era dedicato un oratorio adiacente alla Chiesa, in cui fu posta la statua), per poi essere affidata, negli anni immediatamente successivi, ai francescani della Chiesa della Madonna. Ancora oggi è possibile ammirare la scultura presso l’altare maggiore della chiesa, inserita in un’edicola in marmo.
Particolarità di questo luogo di culto è che fin da subito essa ospitò i vari altari delle diverse nazioni straniere di fede cattolica presenti a Livorno. Fra questi ricordiamo l’altare dei Francesi (il più antico) con la tela raffigurante San Luigi re di Francia ad opera di Matteo Rosselli (1578-1650), e quello dei Fiamminghi, che accoglie il sepolcro dello scultore François Duquesnoy (1597-1643), particolarmente attivo a Roma e morto a Livorno “credesi per veleno fattogli preparare dal fratello Girolamo, quando si disponeva a recarsi in Francia presso Luigi XIII che lo aveva chiamato a sé”.

Procediamo lungo Via della Madonna per arrivare all’ultima delle tre chiese, quella degli Armeni. In realtà di questa chiesa, dedicata a San Gregorio (detto “Illuminatore“, poiché dagli Armeni gli è attribuita la conversione del proprio paese nel IV secolo), rimane purtroppo oggi solamente la facciata, poiché il resto è andato distrutto a seguito degli eventi bellici, per cui l’edificio che vediamo è una costruzione recente. Quella originale secondo le fonti locali (compresa la nostra guida) è attribuita a Giovanni del Fantasia (1670-1743), ma probabilmente si trattava di un progetto di Giovan Battista Foggini (1652-1725); la chiesa era a croce latina, con grande cupola sostenuta da quattro archi e sovrastata da un cupolino. Sulla facciata superstite possiamo ancora ammirare le sculture della Carità e della Fede, opera di Andrea Vaccà (carrarese, XVIII secolo), con in mezzo l’immagine di San Gregorio racchiusa in un ovale. Oltre alla facciata, la guerra risparmiò anche parti dei ricchi altari della chiesa, le quali nel dopoguerra furono recuperate e spostate nel giardino di Villa Fabbricotti.

Lapide a Carlo Bini
Da Via della Madonna spostiamoci in una strada laterale, Via delle Galere, chiamata così, poiché conduceva alla Doganetta del porticciolo (1412) presso l’attuale Piazza Grande, “dove i Genovesi ancoravano le loro galee”. All’epoca, al civico n. 10 sorgeva la casa natale dello scrittore e patriota Carlo Bini (1806-1842); per celebrare l’uomo illustre sulla facciata dell’edificio fu posta nel 1871 una targa con epigrafe di F. D. Guerrazzi. L’edificio che vediamo oggi non è quello originale: questo fu demolito negli anni Cinquanta, ma la targa fu preventivamente rimossa dalla Fratellanza Artigiana, che ne aveva disposto l’apposizione oltre ottanta anni prima.

Per approfondire
D’ANIELLO Antonia, Livorno, la Val di Cornia e l’Arcipelago. La storia, l’architettura, l’arte della città e del territorio. Itinerari nel patrimonio storico-religioso, Milano, Mondadori, 1999.
DEL LUCCHESE Aldo, Stradario storico della Città e del Comune di Livorno, Livorno, Belforte, 1973.
FERRERO Francesco, Le epigrafi scomparse, in “Rivista di Livorno”, anno 3 n. 1, gennaio-febbraio 1953.
MARCHI Vittorio, Guida storica ed artistica di Livorno e dintorni in 17 itinerari, Livorno, Ente Provinciale per il turismo, 1981.
SPINELLI Riccardo, Giovan Battista Foggini, architetto primario della Casa Serenissima dei Medici (1652-1725), Firenze, Edifir, 2003.


