Sono ora divise dal Ponte nuovo, che mette alla Barriera del Porto, le due Darsene, la vecchia e la nuova, che prima dell’apertura del detto Ponte, nel 1872, erano messe in comunicazione da una grossa chiatta.
Ripartiamo da dove siamo giunti nella tappa precedente: Piazza Micheli, dove ci soffermeremo sul noto monumento ai Quattro Mori dopo un breve excursus sulle vicine darsene.
Le Darsene

La Darsena Vecchia corrisponde alla parte del più antico porto livornese in prossimità della Fortezza Vecchia. Nel 1591 Ferdinando I ordinò i lavori per l’ampliamento di quest’area al cav. Antonio Martelli, “che compì l’opera con rapidità meravigliosa”. Da quel momento e fino alla seconda metà dell’Ottocento l’ampliamento voluto da Ferdinando I fu chiamato “Darsena Nuova“. Oggi invece per “Darsena Vecchia” s’intende tutta l’area più antica, compreso l’ampliamento di Ferdinando I, mentre l’attuale Darsena Nuova fu scavata negli anni Sessanta dell’Ottocento in corrispondenza degli scali del Cantiere navale Orlando (da essa le navi accedevano al bacino di carenaggio). Questa darsena è in comunicazione diretta con il Fosso Reale (Ponte Nuovo).

Le due darsene comunicano tramite il Canale dei Francesi, su cui sorgeva un omonimo ponte sul prolungamento dell’attuale Via Grande (1846): questo era popolarmente noto anche come “Ponte dei sospiri“, perché a causa della sua conformazione (ad arcata unica, con notevole salita e discesa) era molto faticoso da percorrere. Nel 1888 esso fu ribassato e fu aggiunta un’arcata, ma non si tratta del ponte che possiamo percorrere oggi: questo è infatti una ricostruzione postbellica, in quanto l’originale andò distrutto durante la seconda guerra mondiale.
I Quattro Mori
Il granduca Ferdinando I, per rammentare le vittorie che aveva ottenuto, coll’opera dei prodi Cavalieri di Santo Stefano, sui barbareschi, dava incarico, a Giovanni Bandini di Firenze, di scolpire una grande statua in cui egli stesso fosse rappresentato colle divise di Gran Maestro dell’ordine di Santo Stefano.

Concentriamoci ora su uno dei monumenti più iconici della nostra città: ormai universalmente noto come “Monumento dei Quattro Mori”, in realtà si tratta di un monumento celebrativo del granduca Ferdinando I (e delle sue vittorie), iniziato a realizzare all’epoca dello stesso. La scultura marmorea raffigurante il granduca fu commissionata a Giovanni Bandini, che la realizzò a Carrara: completata nel 1599, essa fu portata a Livorno nel 1601, ma rimase coperta in un angolo della piazza fino al 1617, quando il successore di Ferdinando, Cosimo II, fece inaugurare il monumento, nel frattempo completato di piedistallo. Rispetto a dove la vediamo oggi, la scultura sembra che si trovasse più prossima alla darsena: fu solo verso la fine dell’Ottocento che per iniziativa della giunta comunale essa fu messa in posizione più arretrata, spostandola al centro della piazza.


Il completamento dell’opera fu commissionato a Pietro Tacca: oltre al piedistallo, ornato di una serie di trofei in bronzo ai piedi del granduca, il monumento vide finalmente l’aggiunta dei quattro mori incatenati, (probabilmente in qualche modo già previsti nel primo progetto della scultura, ma fino ad allora mai realizzati: ricordiamo che quello dei prigionieri era un soggetto piuttosto comune nell’arte celebrativa di condottieri militari, presente già in epoca romana e ripreso poi nel Rinascimento); le quattro figure in bronzo furono realizzate negli anni 1623-26.
Sappiamo che il Tacca si era recato presso il vicino Bagno dei forzati per studiare dal vero i detenuti, cosa messa a frutto nella realisticità delle figure bronzee, di cui possiamo ad esempio distinguere le diverse etnie ed età. Addirittura, secondo alcune fonti le due figure del lato sud sarebbero veri e propri ritatti di detenuti del Bagno (rispettivamente, il più anziano sarebbe stato noto come Alì Salettino, mentre il più giovane come Morgiano); in ogni caso, il realismo ricavato dagli studi dal vero fu rielaborato sulla base della cultura figurativa dell’epoca (si notano in particolare influenze da Giambologna, di cui Tacca era stato allievo, ma anche da Michelangelo).


Le quattro figure bronzee hanno una tale capacità di catalizzare l’attenzione dello spettatore su di sé che quasi la figura marmorea di Ferdinando “sparisce” mentre siamo assorti a contemplare il monumento; infatti, come abbiamo accennato, nonostante che il monumento sia formalmente dedicato al granduca, ci si riferisce quotidianamente all’opera come ai “Quattro Mori”, a coronamento del fatto di come questi ultimi abbiano per così dire “rubato la scena” al protagonista. Come alcuni studiosi hanno osservato, probabilmente questo dipende per gran parte proprio dal realismo dei mori, in contrasto con la figura di Ferdinando, più tradizionalmente idealizzata. Il fatto di aver rappresentato ognuno dei quattro come un singolo individuo riconoscibile (distinto dagli altri, in contrasto con la tradizione che vedeva rappresentare soggetti simili in maniera piuttosto anonima), le pose dinamiche e l’espressività dei personaggi stimolano lo spettatore a soffermarsi su queste figure, ma anche a empatizzare con loro (probabilmente andando oltre quello che era in realtà il proposito dell’autore).


Nel 1799 la città fu occupata dai francesi, sotto il comando del generale Miollis, il quale – evidentemente fermandosi ad una lettura superficiale dell’opera – non risparmiò parole di duro sdegno per il monumento, giudicato offensivo per la presenza dei quattro schiavi, un “monumento della tirannide, che insulta l’umanità”, uno “spettacolo affliggente appena si mette piede sul porto”. Per mano dei francesi i trofei in bronzo furono rimossi dal piedistallo, andando così perduti; l’intenzione del generale Miollis era però quella di sostituire l’intera opera con una scultura raffigurante la Libertà, progetto che non ebbe tuttavia seguito. Un secolo e mezzo dopo l’incolumità del monumento fu nuovamente messa a repentaglio dallo scoppio della seconda guerra mondiale; per metterlo in salvo esso fu smontato: i Mori furono collocati presso la Villa medicea di Poggio a Caiano, mentre Ferdinando trovò rifugio nella certosa di Calci.
Per approfondire
MARCHI Vittorio, Guida storica ed artistica di Livorno e dintorni in 17 itinerari, Livorno, Ente Provinciale per il turismo, 1981.
NOCERINO Corrado, Guida storica di Livorno, Livorno, Editrice L’Informazione, 1998.
ROSEN Mark, Pietro Tacca’s Quattro Mori and the Conditions of Slavery in Early Seicento Tuscany, in “The Art Bulletin”, Vol. 97, n. 1, marzo 2015.
WIQUEL Giovanni, Dizionario di persone e cose livornesi, Livorno, Bastogi, 1976-1985.
