
“Su e giù per Livorno“ è il titolo di una guida pubblicata da Belforte nel 1901 che si poneva a supporto dei forestieri giunti per visitare la città, proponendo loro itinerari dei luoghi d’interesse, informazioni pratiche e curiosità.
Seguendo lo schema comune ad analoghe guide precedenti, l’autore cominciava con una serie di notizie di carattere storico sulla nascita e lo sviluppo di Livorno, per proseguire poi con la descrizione di quelle che erano considerate alcune fra le caratteristiche principali della città e della sua popolazione. La parte più corposa del testo è però quella centrale, costituita da un vero e proprio itinerario a tappe che, partendo dalla stazione San Marco, conduceva i visitatori fino ai dintorni a sud della città; il volume è inoltre arricchito da illustrazioni (vedute dei monumenti, ma anche manifesti pubblicitari d’epoca) e informazioni pratiche (stradario, elenco delle banche coi relativi indirizzi, elenco delle compagnie di navigazione con relative tratte, tariffario dei mezzi pubblici). Sono anche presenti alcuni capitoletti di approfondimento su determinati aspetti di Livorno (ad esempio, sugli uomini illustri) e a questo proposito risulta molto interessante la digressione sul “vernacolo” popolare,
che non di troppo differisce dalla lingua comune, nè molte sono le variazioni che si riscontrano fra il parlar dei nostri vigorosi uomini della marina, del cantiere, e delle nostre belle cenciaine, corallaie o mercatine e quello dei popolani di Pisa. La lettera C è la più malmenata, è quella che, tra due vocali, (più sensibilmente de’ Fiorentini nel cui dialetto si può graficamente rappresentare con una h) mangiano addirittura.
È celebre la frase di quella donna, che, rispondendo ad una sua vicina che le chiedeva se conosceva un tale, disse: ‘Un è mi’ amio, ma è l’amio d’una mi’ amia! (Non è mio amico, ma è l’amico d’una mia amica); e capisco che ad un forestiero riesca sulle prime assai difficile intendere tutte le parole che véloci sgorgano, piene di sincopi, d’aferesi, di protesi e di metatesi, con una particolare cadenza, dalle rosee labbra delle nostre donne (…).
Ripercorrendo l’itinerario proposto da questa guida, tenteremo di fare un confronto fra la Livorno dell’epoca e quella di oggi per vedere cos’è cambiato e cosa è rimasto (più o meno) invariato, avere nuovi spunti di riflessione sull’assetto cittadino e magari riscoprire elementi un tempo considerati degni di nota e oggi invece trascurati da chi si trovi a passarvi accanto.
Io vorrei che, nel colmo dello inverno, qualche Milord con relativa Milady, o qualche Madame con annesso Monsieur capitassero a Livorno – magari dopo essere stati ad ammirare il Cupolone di Firenze o il Campanile storto di Pisa – e si facessero portare dalla Stazione S. Marco, in una carrozza od in tram, lungo il Viale Principe di Napoli o fino al Boccale: e poi desidererei sapere dai viaggiatori esotici che cosa pensano della nostra troppo trascurata e spesso calunniata città.