Svetta al disopra di tutti gli altri edifici labronici, lo si distingue nitidamente da terra o dal mare: è il grattacielo di Piazza Matteotti, principe dello skyline di Livorno. Nonostante che con i suoi 96 m di altezza sia tuttora il grattacielo più alto della Toscana e nonostante che porti la firma illustre di Giovanni Michelucci (1891-1990), l’opera rimane ancora oggi una delle meno analizzate del suo autore: molto spesso in città è stata criticata da più parti, probabilmente senza comprenderla del tutto, forse anche sulla scia di quel pensiero di diversi intellettuali di epoca postbellica, secondo cui la costruzione di edifici tipologicamente “moderni” avrebbe minato a priori l’equilibrio del contesto.
Vicende costruttive

Come sappiamo, Livorno uscì devastata dagli eventi bellici: secondo le stime dell’Ufficio Tecnico Comunale il 15,78% degli edifici cittadini era andato completamente distrutto e il 14,94% risultava gravemente danneggiato (circa il 10% in più era considerato solamente “danneggiato”). L’edificazione del nostro grattacielo si inserisce proprio nell’ambito della ricostruzione postbellica, regolata a livello nazionale da un decreto di ricostruzione emanato nel 1945; questo decreto in pratica invitava i vari Comuni a redigerne di propri: la ricostruzione fu dunque affidata all’iniziativa delle amministrazioni locali e di privati, cosa che purtroppo spesso generò piani regolatori più improntati ad accontentare interessi politici ed economici, piuttosto che generare soluzioni urbanistiche efficaci.
Le vicende costruttive del grattacielo iniziarono nel febbraio del 1956, quando il Conte Bruschetti, proprietario del distrutto Palazzo Pappudoff (che sorgeva sugli Scali del Pesce), si appellò a una legge del 1953 che imponeva che per ogni edificio di particolare interesse storico-artistico distrutto durante la guerra se ne costruisse un altro di un certo decoro: chiese, dunque, di trasferire i contributi per danni di guerra subiti dal proprio immobile su un nuovo edificio di 69 m da costruire all’angolo fra Via Montebello e l’attuale Piazza Matteotti. Nonostante che l’altezza dell’edificio superasse quella massima consentita dal Regolamento edilizio del Comune di Livorno (23 m), la costruzione fu infine approvata, poiché l’art. 25 dello stesso Regolamento stabiliva che comunque il limite poteva essere superato per edifici di particolare interesse artistico; proprio per garantire la dignità della costruzione in questo senso fu coinvolto nel progetto l’architetto Giovanni Michelucci.

La gestazione dell’edificio fu travagliata: il progetto fu approvato dalla Commissione edilizia nell’aprile del 1957, ma la costruzione materiale partì solamente all’inizio del 1963. Fin dall’inizio dei lavori sorsero subito alcune difficoltà a causa della natura argillosa e umida del terreno dell’area: per la posa delle fondamenta furono necessari complessi lavori preparatori atti a costituire una sorta di “piattaforma” che potesse sostenere la mole dell’edificio. Una volta superato l’ostacolo iniziale delle fondamenta, il lavoro proseguì più speditamente e, nonostante qualche altro intoppo durante il percorso (in particolare, una sostanziale interruzione dei lavori all’inizio del 1965 nell’ambito di una grave crisi in campo edile a livello nazionale), alla fine del 1966 il grattacielo poteva dirsi completato. Due anni più tardi la proprietà dell’edificio fu acquisita dall’Inpdap, che avrebbe poi messo in affitto i vari alloggi: poiché l’intento iniziale di vendere gli appartamenti ai Livornesi era dunque fallito, il tutto fu visto in parte come un insuccesso e forse anche per questo motivo l’opera di Michelucci non ha avuto particolare fortuna a livello critico.

Aspetto dell’edificio

Come testimoniano i numerosi disegni ad opera di Michelucci, il progetto del grattacielo subì diverse modifiche anche in corso d’opera: ad esempio, la parte della torre era stata concepita più esile di come poi sarebbe stata costruita, ripensata come la vediamo oggi per armonizzarsi meglio col contesto urbano; in ogni fase era però chiara la destinazione d’uso delle diverse parti dell’opera.
Il basamento di sei piani con i suoi tre fronti era stato progettato per inserirsi armonicamente nell’isolato e relazionarsi con l’ambiente esterno: il piano terra era stato pensato per ospitare attrezzature commerciali, mentre i piani superiori (dal corpo lievemente aggettante e caratterizzati da ampie vetrate) dovevano servire soprattutto per uffici e studi professionali; un percorso pedonale trasversale fungeva da collegamento interno tra i due assi urbani, agevolando il traffico dei passanti.
La torre di venti piani era riservata invece alle abitazioni e la sua utenza non era necessariamente legata a quella della parte basamentale, infatti i suoi collegamenti verticali erano stati progettati indipendenti rispetto alla parte inferiore dell’edificio. Le sue facciate multiple, la disposizione e la tipologia delle aperture e in generale l’alternarsi di pieni e vuoti caratterizzano questa parte dell’edificio per un certo dinamismo geometrico: le tre facciate principali sono allineate con quelle del basamento e presentano finestre sporgenti e balconi articolati secondo moduli geometrici; nelle facciate secondarie, invece, prevalgono finestre semplici. Questo dinamismo dell’impianto determina il fatto che non vi sia un punto di vista privilegiato sull’edificio, il quale può essere apprezzato correttamente a 360°; si tratta di una delle declinazioni più originali di grattacielo che possiamo trovare in Italia.
Per approfondire
BELLUZZI Amedeo, CONFORTI Claudia (a cura di), Giovanni Michelucci, catalogo delle opere, Milano, Electa, 1986.
CONFORTI Claudia, DULIO Roberto, MARANDOLA Marzia, Giovanni Michelucci (1891-1990), Milano, Electa, 2006.
FABBRIZZI Fabio, La città variabile e una sua icona. Il grattacielo di Livorno di Giovanni Michelucci, in “Firenze Architettura”, anno XX, n. 1 (2016).
GODOLI Ezio (a cura di), Architetture del Novecento. la Toscana, Firenze, Polistampa, 2001.
LUSERONI Francesca, Giovanni Michelucci e la città verticale. Il grattacielo di Livorno, Pisa, ETS, 2010.



