La prima messa, secondo avverte il ch. ca. G. Piombanti, fu celebrata nel 1595, il 16 di aprile, ma fu consacrata solennemente e dedicata a S. Francesco il 19 di febbraio del 1606 da Monsignor Antonio Grimani, nunzio pontificio a Firenze, presenti il Granduca, la famiglia Reale e la Corte (…).
Voltiamo idealmente le spalle ai distrutti Tre Palazzi e dirigiamoci verso la Cattedrale di San Francesco, protagonista di Piazza Grande (già Piazza Vittorio Emanuele) nel suo assetto attuale. Seguiremo la nostra guida alla scoperta del Duomo e procederemo poi oltre nel tempo per vedere che cosa è accaduto nei decenni successivi alla pubblicazione del libro.
Le fondamenta del Duomo (pianta a croce latina a navata unica) furono gettate nel marzo del 1594, sotto la direzione dell’architetto Alessandro Pieroni (1550-1607), il quale seguì i lavori fino alla sua morte nel 1607; subentrò quindi Antonio Cantagallina, che si occupò di ultimare l’opera, soprattutto per quanto riguarda gli interni. Riconosciamo la mano del Pieroni nel porticato all’ingresso della chiesa, il quale si armonizzava con i quattro loggiati (da lui progettati) che incorniciavano questa porzione della Piazza, come abbiamo visto nella tappa scorsa. Già la nostra guida smentiva la paternità del loggiato all’inglese Inigo Jones (1573-1652), attribuzione radicata nella tradizione labronica, ma dimostrata errata da studi successivi.

In origine il Duomo era dotato di un campanile a vela, che, danneggiato dal terremoto del 1814, fu sostituito nel 1820 da una più solida torre campanaria progettata da Gaspero Pampaloni. La nostra guida accenna alle vicende delle campane ivi alloggiate: per il primo campanile il granduca Ferdinando I donò al Duomo di Livorno due campane del XIII secolo, prelevandole dalla Badia di San Savino, nel territorio pisano. Nel nuovo campanile “furon messe cinque grosse campane fatte con offerte dei cittadini, e con oltre diecimila libbre di bronzo ricavate da vecchi cannoni donati da Ferdinando III”, oltre che con il metallo ottenuto dalla fusione delle due campane medievali. Se oggi può sembrarci una sorta di delitto l’aver utilizzato il metallo delle antiche campane, andando a perdere inevitabilmente queste testimonianze culturali (oggi se ne conservano solo le iscrizioni), dobbiamo però sottolineare che quella di rifondere le campane più vecchie per ottenerne di nuove è stata da sempre una pratica all’ordine del giorno in questo tipo di manifattura. La nostra guida ci informa anche dei nomi delle cinque campane ottocentesche (e dunque delle relative dediche): Madonna di Montenero (la più grande), San Francesco, Santa Giulia, Santa Vigilia e Santa Fortunata, Santa Firmina e Sant’Anna.
Ma entriamo finalmente all’interno del Duomo. Alzando gli occhi possiamo ammirarne il soffitto: purtroppo non si tratta di quello originale, perduto durante il secondo conflitto mondiale, ma di uno ricostruito secondo lo schema originario, sebbene utilizzando materiali più poveri (cemento armato) rispetto ai cassettoni di legno intagliato e dorato del precedente. La struttura, probabilmente progettata dallo stesso Pieroni, ospitava sette grandi tele, salvate prima dei bombardamenti e ricollocate al loro posto dopo la ricostruzione come possiamo vederle ancora oggi. Al centro vediamo le tre tele principali: la Gloria di Santa Giulia di Jacopo Ligozzi, la Vergine e San Francesco di Jacopo da Empoli e la grande Assunzione della Vergine del Passignano. Ai lati di queste, vediamo quattro tele minori di incerta attribuzione raffiguranti i santi Cosma e Damiano, Lorenzo e Ferdinando, la Gloria di San Sebastiano e l’Assunzione di Santa Vigilia; probabilmente altre tele mai realizzate avrebbero dovuto riempire i cassettoni che vediamo rimasti vuoti.

Dopo essersi soffermato sul soffitto, l’autore della nostra guida ci accompagna lungo la navata con un breve excursus sui monumenti a uomini illustri ospitati nel Duomo. Si tratta soprattutto di monumenti a governatori della città e molti di questi purtroppo sono stati gravemente danneggiati dagli eventi bellici, se non quasi completamente distrutti, come il monumento al marchese Filippo Bourbon del Monte (governatore tra il 1757 e il 1780, anno della morte): ne rimane oggi solamente la parte inferiore della cornice, mentre il busto è andato perduto.


Ricordiamo anche il Monumento funebre del marchese Marco Alessandro del Borro (“governatore di Livorno dal 1678 al 1701, saggio amministratore ed insigne filantropo”) eseguito da Giovanni Battista Foggini, oggi ancora visibile sebbene molto lacunoso; il monumento funebre al marchese Carlo Ginori (fondatore della manifattura di porcellane di Doccia e governatore di Livorno dal 1746 alla sua morte nel 1757), anch’esso gravemente danneggiato e oggi molto diverso da come appariva in origine a causa dei restauri subiti; il monumento sepolcrale di Bernardetto Borromei (primo gonfaloniere della città nel 1606), che pure ha subito dei reintegri successivi.

Arriviamo dunque in fondo alla navata:
Il magnifico altar maggiore ha due graziose teste d’angeli del fiammingo Francesco de Quesnoy; a destra è la bella tela di Giuseppe Bezzuoli, fiorentino, rappresentante S. Francesco d’Assisi che resuscita un annegato nel fiume Nera, presso Narni, e lo ridona alla famiglia; ed a sinistra, lo splendido dipinto del livornese Tommaso Gazzarrini: la traslazione del corpo di S. Giulia a Brescia (…).
Rispetto al resoconto del nostro accompagnatore, dobbiamo precisare che gli studi hanno poi smentito l’attribuzione allo scultore fiammingo Du Quesnoy delle due testine che vediamo ornare l’altare: egli, molto malato, morì a Livorno (è seppellito presso la Chiesa della Madonna), dove si era fermato per imbarcarsi per Marsiglia, e si ritiene che le sue condizioni fisiche non gli abbiano permesso di operare nella nostra città.
A inizio Settecento la pianta della chiesa, inizialmente rettangolare, divenne a croce latina con l’aggiunta delle due cappelle laterali a fare da transetto. L’autore della nostra guida ci accompagna prima all’interno della cappella della Concezione, sulla destra, che subì un intervento di rinnovo dell’apparato decorativo a inizio Ottocento, a seguito dell’ottenimento da parte del Duomo del titolo di “cattedrale” (1806). Possiamo ancora ammirarvi tre tele del più importante pittore livornese della sua generazione, Tommaso Gazzarrini (1790-1853): il Riposo durante la fuga in Egitto, l’Istituzione dell’Eucarestia e l’Apparizione di Cristo a Santa Margherita Alacocque; il quarto dipinto del ciclo, la Trasfigurazione di Cristo, originariamente nella cappella, nel dopoguerra è stato spostato nella navata; perduti invece gli affreschi della calotta, opera di Luigi Ademollo (1764-1849), secondo le fonti non particolarmente apprezzati all’epoca e, come ci informa il nostro anonimo, “sciupati da tempo”. Ben diversa era l’opinione pubblica riguardo agli affreschi della cappella del Santissimo Sacramento (transetto sinistro), opera del livornese Giuseppe Maria Terreni (1739-1811) e sciaguratamente perduti a causa dei bombardamenti; possiamo avere un’idea dell’affresco della calotta raffigurante l’Apoteosi dell’Eucarestia dal bozzetto conservato presso la vicina Arciconfraternita di Santa Giulia. Per nostra fortuna possiamo però ancora ammirare le quattro tele con i Dottori della Chiesa per mano dello stesso Terreni, che furono messi in salvo poco prima dei bombardamenti.


Adesso separiamoci un momento dalla nostra guida e andiamo oltre nel tempo per passare brevemente in rassegna le vicende principali che hanno portato al Duomo come lo vediamo oggi. Nel 1926 la parte posteriore del Duomo fu oggetto di una ristrutturazione a livello urbanistico: fu eliminata una zona ad alta densità abitativa per creare un più elegante ingresso alla Piazza da Via Cairoli. Il progetto fu affidato all’architetto Giuseppe Machin e all’ingegnere Gino Cipriani, i quali misero a punto un’elegante architettura a esedra con edifici in stile eclettico (li vediamo ancora oggi, sebbene alcuni, danneggiati durante la guerra, siano stati in parte ricostruiti). Anche la parte posteriore della chiesa subì delle modifiche esterne: originariamente il retro della cattedrale era di forma rettangolare, con una serie di locali di servizio a nascondere l’abside dall’esterno; con le modifiche del 1926 questa parte fu “nobilitata” con l’aggiunta di una fontana. Oggi non vediamo niente di tutto questo: non esistono più i locali di servizio e la forma che vediamo da fuori ricalca l’andamento curvo dell’abside.
Com’è intuibile, anche l’aspetto odierno del retro della Cattedrale è una diretta conseguenza delle distruzioni operate durante il secondo conflitto mondiale e della successiva ricostruzione. Il Duomo uscì letteralmente devastato dai bombardamenti: come ci testimoniano le drammatiche immagini dell’epoca, rimasero in piedi solamente parte della zona absidale e la parete di destra. Per quanto riguarda le opere d’arte ospitate nel Duomo, come abbiamo accennato, diverse furono messe in salvo prima dei bombardamenti, ma comunque in generale le perdite furono ingenti, non solo a causa della distruzione bellica in sé, ma anche a seguito della successiva sottrazione di diversi materiali tratti dalle macerie.

Nel dopoguerra la ricostruzione del Duomo fu una vicenda alquanto tribolata, dovendo conciliare esigenze pratiche di culto con quelle più strettamente economiche. Diversi furono i progetti presentati, fra cui uno che prevedeva la chiesa spostata rispetto alla posizione originaria e orientata dal lato opposto (in pratica “ribaltando” abside e facciata). Alla fine si optò per una ricostruzione più fedele all’originale, sebbene con alcune differenze in pianta (la parte absidale, l’aggiunta dei portichetti laterali); l’apparato decorativo, poi, dovette adattarsi alle spese sostenibili all’epoca, per cui si cercò di aderire all’aspetto originale, utilizzando però materiali più poveri (come abbiamo visto per il soffitto). Infine, le sei campane attuali furono ottenute rifondendo quelle precedenti ottocentesche (secondo quella pratica secolare cui abbiamo accennato) insieme a una donata dall’Arciconfraternita della Purificazione e ad altro metallo donato dal Ministero dei Trasporti.
Per approfondire
CAMPEDRER Valentina, PALIAGA Franco, Il Duomo di Livorno, Livorno, Debatte, 2006.
D’ANIELLO Antonia (a cura di), Livorno, la Val di Cornia e l’Arcipelago. La storia, l’architettura, l’arte della città e del territorio. Itinerari nel patrimonio storico-religioso, Milano, Mondadori, 1999.
FRATTARELLI FISCHER Lucia, LAZZARINI Maria Teresa, Chiese e luoghi di culto a Livorno dal Medioevo a oggi, Ospedaletto (PI), Pacini, 2015.
LAZZARINI Maria Teresa, PALIAGA Franco, Duomo di Livorno. Arte e devozione, Ospedaletto (PI), Pacini, 2007.
MARCHI Vittorio, Guida storica ed artistica di Livorno e dintorni in 17 itinerari, Livorno, Ente Provinciale per il turismo, 1981.
NOCERINO Corrado, Guida storica di Livorno, Livorno, Editrice L’Informazione, 1998.





